I prodotti irpini d’eccellenza nelle maglie del neoliberismo

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Dal liberismo economico alla globalizzazione

Sin dall’ ottocento il liberismo economico, che in politica diventa liberalismo, ha creato illusioni, miraggi e danni senza fine, come la Grande Depressione del 1929.

David Ricardo, John Stuart Mill, Adam Smith, Malthus e JB Say erano convinti che il mercato funzionasse bene da solo, ovvero senza interventi correttivi esterni, perché conduceva all’equilibrio tra domanda e offerta di beni e servizi.

Una impostazione seguita ancora oggi anche in campo monetario attraverso il ruolo di “regolatore” della BCE.

In realtà nessun pensiero applicato sotto l’egida dell’ integralismo acritico e sfrenato conduce alla verità.

Talvolta, il libero mercato e’ solo un pretesto per alimentare il tornaconto di pochi, come l’ euro uno strumento di ricatto fondato sul debito.

Il libero mercato e le produzioni locali

Il libero mercato rasenta logiche eversive se si pensa che, attraverso le sue lame sottili, spiazza e dissangua intere economie locali con relative tipicità ed eccellenze.

Tra queste ultime, in Irpinia figurano diversi prodotti Dop e IGP che si trovano perennemente sotto attacco dei grandi produttori industriali che riescono ad abbattere i costi a causa di vantaggi competitivi conseguiti sull’ abbassamento dei costi del lavoro e sulle distorsioni ambientali.

Il caso delle nocciole

Stiamo parlando delle nocciole dell’ Azerbaijan e della Turchia che dominano il 70 % del mercato mondiale e che, grazie all’ assenza di dinamiche protettive riescono a penetrare nel mercato italiano indisturbatamente e liberamente.

Si tratta di un prodotto di marcato carattere industriale e di qualità meno che mediocre che, però, trova largo impiego nella manifattura a basso costo grazie anche a tecniche di sfruttamento intensivo, ovvero forzato delle coltivazioni.

Tutto questo implica abbassamento dei controlli di qualità sulla raccolta, sulla crescita e sulla lavorazione di una materia prima quasi priva di nutrienti e qualità organolettiche.

In pratica, il libero mercato, con il pretesto di aprirsi a tutti i produttori premia quelli più furbi e superficiali, mentre danneggia la superiore nocciola irpina.

A quest’ ultima non resta altro che trovare riscontro nella pasticceria artigianale di qualità e tracciabilità.

Il miele e la concorrenza internazionale

Stesso discorso per il miele generico Millefiori che vede prevalere in nome del libero mercato i produttori di Cina, Ucraina e Argentina.

Questi ultimi, talvolta, riescono addirittura a far passare per italiano un prodotto scadente grazie a normative blande e ultraperrmissive che consentono di aggiungere al miele estero melasse integrative in Italia.

Si tratta di un prodotto finito che costa circa 3 euro al chilo contro i 12 del miele di Castagno IGP irpino realizzato su autentiche e costose logiche artigianali dalle quali derivano sfumature organolettiche di pregio.

Un valore apprezzato solo dai migliori chef del circuito internazionale.

Formaggi irpini e concorrenza dei prodotti esteri

Anche per quanto concerne i formaggi provenienti da Grecia, Romania e Bulgaria la discriminante del prezzo basso e’ indicativa di accrocchi produttivi al limite della decenza e della stessa edibilità.

Nulla a che vedere con il signore dei formaggi irpini, il Pecorino di Carmasciano che, oltre alla sua eccellenza conserva la sua eccezionalità, assolutamente incompatibile con i consumi di massa del banco frigo.

Il risultato e’ che i formaggi irpini Dop Slow Food restano circoscritti alla gastronomia delle ricercatezze, mentre i pecorini balcanici soddisfano i consumi della spesa giornaliera.

Ancora una volta e’ il libero mercato ad imporre discriminanti e discriminazioni dal momento che i prodotti a più basso costo e valore entrano liberamente nel mercato europeo senza vincoli né restrizioni.

Dumping e tutela delle produzioni irpine

Il pericolo maggiore e’ rappresentato dal fatto che la fascia media dei prodotti di qualità irpini e campani resti travolta dall’ondata di concorrenza sleale dei prodotti scadenti avallati dal libero mercato.

Talvolta questi beni di scarso valore si impongono anche grazie a pratiche illecite come il dumping, ossia vengono venduti in Italia a prezzi più bassi di quelli praticati nei paesi di provenienza.

Servirebbero adeguate e calibrate politiche di protezione che, grazie a dazi moderati potrebbero difendere i prodotti locali sia dal dumping che dal superamento di determinate quote di “sicurezza” oltre le quali le importazioni estere diventano dannose e pericolose.

In tal modo si riuscirebbe a preservare la fascia intermedia delle produzioni irpine di qualità, posti di lavoro, mercati regionali, indotti e tutto il know how, ovvero tutta l’esperienza maturata da intere generazioni nel settore alimentare del territorio.

Le alternative ci sono: manca la politica idonea a tutelare gli interessi della propria terra.

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