Decreto Coesione e incentivi per i giovani del Sud: ecco perché si tratta della solita fuffa illusiva

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Dal radiogiornale scaturiscono diverse informazioni, talvolta utiili, talaltra fuorvianti e disfunzionali. A parere di chi scrive (e non solo), una di queste ultime investe il cosiddetto Decreto Coesione, dipinto fantasiosamente come un (presunto) sostegno all’economia del Sud, specie dai deputati campani. Il Decreto Coesione prevede fondi europei per favorire l’imprenditoria giovanile e femminile dell’Italia meridionale attraverso incentivi e sgravi. Oltre i luoghi comuni della peggior retorica politica di destra e di sinistra, si tratta di un ennesimo pannicello caldo servito su un piatto d’argento o, se preferite, di un grazioso specchietto per le allodole, ad avviso di chi scrive. Ci sono almeno due ordini di motivi principali che consentono di smontare il Decreto in oggetto. Il primo. Non ha senso incentivare l’assunzione di nuovi lavoratori se la domanda di mercato servita dalle imprese piccole e medie del Sud non e’ sufficientemente sviluppata. Keynes, il più noto economista mondiale di tutti i tempi, dimostra che bisogna produrre solo quello che viene domandato (Principio della Domanda Effettiva: Y=C+I). Qualunque cosa prodotta in eccesso rispetto alla domanda di mercato implica squilibrio e disoccupazione ulteriore: lo ha dimostrato anche la Crisi di sovrapproduzione del 1929, quella di Wall Street. Inoltre, se il mercato del lavoro va in equilibrio quando il salario reale e’ pari alla produttività marginale del lavoro come e’ noto (w/p=PML), l’ assunzione di nuovi lavoratori (realizzata anche attraverso incentivi statali) richiede automaticamente l’ aumento della produttività, ovvero l’ innalzamento della resa dei lavoratori stessi. Ma il discorso e’ sempre lo stesso: i nuovi lavoratori assunti dovrebbero aumentare la loro produttività (i loro sforzi, quelli che già fanno quotidianamente per non morire sul posto di lavoro) per una domanda che stagna con il placet dello Stato impegnato a non sollecitarla minimamente. Per chi dovrebbero produrre i nuovi lavoratori assunti, allora, se il mercato e’ stagnante ? Inoltre, si favorirebbero assunzioni di nuovi lavoratori giovani licenziando i più esperti e attempati conseguendo un saldo occupazionale a zero (effetto sostituzione). Per giunta i nuovi lavoratori, privi di esperienza, verrebbero parcheggiati e indotti a svolgere mansioni minori a più bassa produttività, producendo un “valore” minore del costo che rappresentano per Stato e imprese che li assumono (effetto “assunzione parcheggio”). Cui prodest? In secondo luogo, l’ esperienza maturata con il Consorzio Impreform attivo nella formazione di giovani imprenditori consente allo scrivente di ribadire un concetto oramai trito e ritrito: quasi il 70 per cento delle startup che ricevono finanziamenti a tasso zero o agevolato e contributi a fondo perduto per i primi due anni di attività chiude durante il terzo anno di attività: lo Stato prima illude i giovani imprenditori cullandoli nelle fasce delle belle speranze e poi li lascia marcire nelle maglie di Isa, Iva, Irpef, contributi Inps a 4000 euro l’ anno, spese per il commercialista e contributi fissi se non fatturi. Non e’ un caso che si parli di “bagno di sangue del terzo anno” in tali casi. In questo “gioco” e’ sempre lo Stato a vincere dal momento che applica al Sud la stessa imposizione fiscale che attribuisce al fatturato delle imprese settentrionali lavandosi la coscienza con la favola degli incentivi. In definitiva gli incentivi diventano più uno strumento per creare nuovi debitori nei confronti del fisco e soggetti passivi che vere e proprie misure anticrisi. La verità e’ che lo Stato non vuole finanziare politiche di filiera, politiche infrastrutturali mirate, sgravi permanenti e politiche industriali capaci di stimolare la domanda aggregata o i distretti produttivi di eccellenza nazionale, come quelli che potrebbero nascere per il vino in Irpinia. Allo Stato fa molto più comodo un Sud speranzoso, disorientato, claudicante e alla continua ricerca di un buon motivo per votare amici ed amici degli amici. Non a caso, le misure del Decreto Coesione favoriscono soltanto le imprese già avviate e dotate di un’ apprezzabile quota di mercato che desiderino implementare ulteriormente la propria attività e il ricambio occupazionale. Più che Decreto Coesione sembra un Decreto “Corrosione”: la solita fuffa servita con contorno di aria fritta dal famoso chef, politico “parolaio” di turno, più interessato a finanziare l’ Ucraina che a sottoscrivere la dignità dei meridionali. Sfidiamo chiunque a provare il contrario.

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