Alta Irpinia e Puglia, quando il caro-gasolio riscrive le regole dell’agricoltura

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Le ondate speculative sul prezzo dei carburanti degli ultimi tempi hanno spinto verso l ’ alto anche il costo del gasolio agricolo causando non pochi disagi agli agricoltori campani, già vessati da una politica economica governativa praticamente praticamente assente. Si tratta di una tendenza sconvolgente che ha indotto le campagne a cambiare passo o a programmarne la modifica a breve termine. Non per un ritorno romantico al passato, ma per far quadrare i conti.

 

Nelle grandi distese cerealicole della Puglia la strategia è una sola: lasciare che il sole faccia il lavoro delle macchine. Il grano duro viene lasciato maturare più a lungo, si asciuga in campo senza bisogno di essiccatoio e richiede meno ore di mietitrebbia e meno passaggi. Ogni ora di motore risparmiata è gasolio risparmiato.

 

Stessa logica, ma con più fatica, sull’Appennino. Nell’Alta Irpinia, tra Vallata, Bisaccia e Lacedonia, i fondi sono frammentati, in pendenza e distanti chilometri l’uno dall’altro. Qui il vero costo non è solo la trebbiatura, ma spostare trattori e rimorchi da un appezzamento all’altro. Per questo molti agricoltori hanno cambiato rotta: addio alle arature profonde, sì alla semina su sodo, stop al mais da trincia troppo esigente e ritorno a grano, orzo, foraggi, legumi e pascoli. Colture che chiedono poco al serbatoio. Tornano anche le piccole trebbie e il lavoro diluito nel tempo, a volte addirittura manuale: più lento, ma più sostenibile economicamente parlando.

 

Siamo di fronte ad un macroscopico paradosso, ma pur sempre dotato di una ragionevolissima linea guida: un’agricoltura costretta a rallentare per non fermarsi. A dare una prima boccata d’ossigeno ci ha pensato la Regione Campania. L’ente ha deciso di aumentare le quote di gasolio agevolato destinate alle aziende agricole e di attivare contributi a fondo perduto per le imprese più penalizzate dal caro-energia. Misure tampone, pensate per coprire l’emergenza e impedire che le aziende riducano le semine o abbandonino i terreni marginali. Il nodo però resta. Se il prezzo del carburante non scenderà, le più esposte saranno le piccole aziende, quelle che non possono spalmare i costi su grandi superfici, cioe’ quelle che non riescono a conseguire “economie di scala”. Meno prodotto nei campi significa meno offerta sul mercato e, inevitabilmente, prezzi più alti sullo scaffale per tutti i consumatori. Il sistema economico gestito dai poteri forti, come si vede,riesce sempre a scaricare sui compratori gli effetti a cascata delle sue perverse logiche di profitto.

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