Resto al Sud 2.0: il miraggio dell’impresa nel Mezzogiorno

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Su radio e tv, oltre all’intrattenimento e alla pubblicita’, ultimamente va di moda lo spot di quel miraggio chiamato “Resto al Sud”. Uno spot magnetico che lo Stato presenta fragorosamente ai disoccupati e agli inattivi meridionali proponendo loro di attivare gloriose avventure imprenditoriali con le solite elemosine pacchiane che i governi di tutti i colori elargiscono “magnanimamente” al Sud.

In realta’ esiste un vecchio “Resto al Sud” rimasto attivo fino a luglio 2025 e una versione rinnovata, detta “2.0”.

Il vecchio Resto al Sud ha funzionato a metà

Il vecchio Resto al Sud ha funzionato a metà. Ha aperto 20000 aziende, ma in province come l’Irpinia molte hanno chiuso dopo due anni. Il contributo è arrivato, i clienti no.

Resto al Sud 2.0: gli stessi problemi, ma più grandi

Il nuovo Resto al Sud 2.0, partito dopo la chiusura del 14 ottobre 2025, commette lo stesso errore, solo più grande e piu’ grave.

Il primo problema del protocollo rinnovato 2.0 sembra piu’ una presa per i fondelli che un vero e proprio programma di attivazione dell’ economia meridionale: lo Stato ti concede i soldi per aprire ma, poi ti lascia nella morsa del fisco.

Si possono ottenere somme minori o uguali a 40000 euro per iniziare e il 75% delle spese a fondo perduto. Poi dal mese dopo paghi tutto: INPS, tasse, commercialista, consulenze. Almeno 7000 euro l’anno anche se non si guadagna nulla bisogna versarli.

Nessuno sconto, nessun anno senza tasse. Hai i costi di Milano con gli incassi dell’Irpinia. Così non resiste nessuna impresa ed e’ costretta a chiudere dopo poco.

Un programma senza vera programmazione

Il secondo aspetto di questa trovata pubblicitaria e’ che e’ priva di programmazione vera e propria e, dunque, assomiglia piu’ a una lotteria che ad un serio programma di sviluppo.

Bar, B&B, estetista, negozio online, tutto fa brodo, va bene tutto, ma questo non è un programma per il Sud, e’ una caotica e squinternata messa in scena di un teatrino di quart’ordine.

Una vera politica industriale opererebbe con discrezione e discernimento, avendo cura di differenziare interventi e contenuti. Qui facciamo nocciole, qui pelle, qui turismo lento e cosi’ via.

Così si crea una filiera, i fornitori, i clienti, la domanda e l’offerta di mercato. Finanziando tutto alla rinfusa, si aprono 20 attività uguali nello stesso paese e 19 chiudono.

Resto al Sud 2.0 e il problema delle infrastrutture in Irpinia

Il terzo gravissimo problema di questa specie di reclame inventata dal governo per dare il solito contentino all’Irpinia e’ rappresentato dal fatto che mancano le infrastruttue per renderlo minimamente credibile.

In Irpinia non è difficile aprire. È difficile vendere.

Senza treni veloci, senza strade decenti, senza internet stabile, ogni prodotto costa di più da trasportare. Il bando ti paga il laboratorio, ma non ti porta il cliente.

In definitiva si fa economia al contrario: prima si aprono le imprese, poi, forse si faranno le infrastrutture. Dovrebbe essere l’opposto, quindi il progetto “Resto al Sud”, in Irpinia e’ una diseconomia, ovvero l’antitesi di un piano economicamente valido, organico e attendibile.

La benzina per 100 metri

Alla fine Resto al Sud 2.0 non è finto. I soldi ci sono. Ma è come darti la benzina per 100 metri quando devi farne 40000, su una strada in salita e piena di buche.

Cosa serve davvero per far restare i giovani al Sud

Per far restare davvero i giovani servono tre cose, non un altro bando: tre anni senza INPS, tasse al 15% per chi vende fuori regione e un piano chiaro e articolato unicamente sui beni e servizi che ogni territorio deve produrre specificamente.

Diversamente, Resto al Sud si configura solo come un occhiuto stratagemma per creare nuovi contribuenti dal nulla e spremerli lentamente per bene.

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