Agricoltura a rischio: torna l’incubo cinipide in Irpinia e Campania, il CSR non basta

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Sembrava un parassita sotto controllo già da qualche anno quello del cinipide che distrugge la castanicoltura campana ma non e’ così. E’ l’ Irpinia, la patria del Marrone DOP, ovvero della castagna più nobile che il mercato possa offrire a lanciare il nuovo allarme. Migliaia di ettari di terreno coltivati a castagne rischiano di essere sopraffatti dalla vespa cinese, entrata in Italia dal Piemonte nel 2002 e diffusasi nei castagneti di tutta la penisola in pochi decenni.

L’ insetto non fa marcire soltanto il prelibatissimo frutto ma anche l’intero indotto economico che ruota intorno alla produzione della castagna. Tanto come frutto da consumo finale, quanto come fattore produttivo e materia prima per la produzione di altri beni, la castagna alimenta un circolo economico che da’ lavoro a migliaia di persone, dalla raccolta alla trasformazione e al turismo delle sagre. Dunque, in un momento così delicato come quello attuale, molte persone rischiano di restare a casa senza lavoro.

Ma il problema e’ grave perché chi resta a casa non compra, non consuma e non esce neanche per mangiare una pizza. Ciò implica che gli esercenti, i ristoratori e i negozi avranno meno clienti da servire e meno approvvigionamenti di merce da ordinare ai propri fornitori. E’ la dinamica dei collegamenti esistenti fra reddito e consumi spiegata del Moltiplicatore Keynesiano \frac{1}{1-c} che, a sua volta, fa piu’ danni del cinipede in termini di perdite.

Ma i danni peggiori inferti all’ economia della castanicoltura irpina e campana non provengono solo dalla vespa cinese, ma soprattutto da Stato e Regione. Non esistono, difatti misure dirette di politica economica atte a mitigare minimamente i problemi causati dal cinipide ai castagneti. Per ripristinare un castagneto danneggiato o distrutto occorrono decine di anni, sforzi e investimenti non indifferenti che si ripercuotono soprattutto sui redditi già esigui degli agricoltori, fino a ridurli o azzerarli del tutto.

Non esistono in tal caso sgravi fiscali capaci di alleggerire le imprese agricole durante la ripresa, ne’ contributi a fondo perduto che ristorino immediatamente i castanicoltori, sempre più soli e abbandonati dalle istituzioni. Non bastano neanche i contributi statali per l’insediamento del Torymus, l’organismo che dovrebbe fermare il cinipide che, a quanto pare funziona e non funziona.

L’unico meccanismo di politica economica atto a ristorare (si fa per dire) i castanicoltori colpiti dalla crisi della “vespa cinese” e’ inefficiente, inefficace e, soprattutto sperequativo. Si chiama CSR e ha tutta l’ aria di un pannicello caldo, un contentino che aumenta disuguaglianze e discriminazioni fra agricoltori che ne hanno diritto e castanicoltori che ne sono esclusi.

Il CSR, che sta per complemento di sviluppo rurale ed e’ uno strumento attraverso il quale vengono attribuiti fondi per il ripristino delle strutture agricole danneggiate dal parassita secondo il meccanismo dei bandi, diretti peraltro solo ai castanicoltori di maggiori dimensioni e migliori potenzialità economiche. Quasi a dire che i castanicoltori di piccole e medie dimensioni che non rientrano in determinati parametri e criteri di iscrizione a determinati albi non hanno alcun diritto ad accedere ai supporti di indennizzo.

Ma anche se si tratta di castanicoltori danneggiati aventi diritto ai fondi di ristrutturazione e ripristino delle coltivazioni danneggiate, non e’ detto che riescano ad assicurarsi i fondi necessari, specie se arrivano troppo tardi, quando le “casse” del CSR restano vuote. Infatti, queste ultime sono strumenti di intervento regionale mediante i quali si applica la PAC, la Politica Agricola Comunitaria che non e’ nota per aver sempre concesso benefici agli agricoltori meridionali.

Unione Europea, Stato e Regioni versano i fondi nel CSR secondo logiche di bilancio e di intervento estranee alla necessità che, dopotutto, non e’ dato sapere neanche dall’oracolo. Sarà forse per questo che le risorse finanziarie del CSR sono sempre limitatissime, insufficienti e centellinate.

Lo Stato preferisce spendere per finanziare la difesa militare da nemici immaginari come la Russia anziché difendere la dignità di chi lavora la terra: e’ questa la verità che, come immediata conseguenza implica l’ aumento vertiginoso dei prezzi delle castagne e il crollo della loro raccolta di circa il 75 per cento, come e’ accaduto qualche anno fa.

In realtà per fronteggiare crisi economiche così gravi, come quelle che colpiscono le filiere della castanicoltura irpina e i rispettivi indotti servono sgravi fiscali ed esenzioni immediate che tengano conto delle perdite siderali che i castanicoltori sono obbligati a sopportare a causa della vespa cinese.

Per il resto, abbiamo bisogno di meno Europa nell’ agricoltura campana visto e considerato che l’UE, con il pretesto della sostenibilità ambientale obbliga gli agricoltori campani ad effettuare onerosi investimenti di adeguamento, spesso inutili e dispersivi invece di aiutarli. Un modo come un altro per fare girare più soldi laddove già ce ne sono tanti e meno risorse dove queste scarseggiano.

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