L’ Irpinia nell’ombra del suicidio da insolvenza: il neoliberismo che uccide

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C’è un dato che in Irpinia conoscono tutti, anche chi non legge i report. Da Avellino ad Ariano, da Solofra a Lioni, il suicidio non è più un tabù innominabile, è una notizia che torna.

Si attribuisce a torto il suicidio ad una alterata condizione psico sociologica, ma e’ l’ economia che istiga l’ uomo a compiere il gesto estremo. E’ un dato di fatto sul quale cronaca e narrazione preferiscono sorvolare perché e’ imbarazzante ammettere che il liberismo economico, I mercati globali e le favole sull’ equilibrio dei conti macroeconomici siano la causa prima del suicidio.

Si chiama “suicidio da insolvenza” e la prima voce autorevole a parlarne senza veli fu quella del professor Giacinto Auriti, compianto docente di diritto finanziario dell’Università di Teramo, tanto caro allo scrivente.

In una lezione pubblica il professore abruzzese faceva notare che il suicidio da insolvenza e’ l’ultimo stadio di una catena di eventi innescati dai mercati globali e dalla concorrenza spietata che essi comportano.

Oltre le fiabe sui benefici indotti dalla libertà di circolazione di persone, merci e capitali c’è il fantasma della flessibilità dei salari sui quali si basa il mercato del lavoro in un ’economia liberista.

Difatti, spostare manodopera non qualificata da una parte all’ altra dello stesso mercato fa scivolare il salario di equilibrio verso il basso e fa “ingrassare” banche e istituzioni creditizie che detengono il potere economico visto e considerato che la riduzione dei salari fa aumentare il potere di acquisto di chi presta ed emette denaro attraverso il prestito (in economia mineraria M0, M1, M2, M3).

L’amico di un amico, l’artigiano che ha chiuso, il cinquantenne che non ha retto a un pignoramento, l’ operaio licenziato, il giovane imprenditore travolto dai tributi dopo il miraggio dei capitali statali a fondo perduto, il contribuente con il conto corrente bloccato dall’ Agenzia delle Entrate in violazione dei principi sanciti dalla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) sono tutte vittime potenziali del meccanismo succitato.

La Campania è da anni tra le regioni con più casi legati a difficoltà economiche

La Campania è da anni tra le regioni con più casi legati a difficoltà economiche e l’ Irpinia presenta una percentuale di suicidi più alta in tutta la regione.

Non perché i campani siano più fragili, ma perché qui la crisi morde in modo diverso.

Nel Nord Est, quando chiude un’azienda, spesso c’è un welfare, un indotto, una seconda possibilità.

In Irpinia, quando chiude l’unica azienda che dà lavoro a tre famiglie in una valle, chiude un mondo.

E’ questo, in buona sostanza anche il trend del resto del Meridione.

Ed è qui il punto critico che nessuno vuole davvero guardare

Abbiamo raccontato la crisi economica come un problema di PIL, di spread, di tasse.

Non l’abbiamo mai raccontata come un problema di salute pubblica.

Un uomo che riceve una cartella esattoriale che non può pagare, che vede il furgone pignorato, che deve dire a casa “questo mese non ce la facciamo”, non ha solo un problema di insolvenza.

Ha un crollo di identità.

In una cultura come quella irpina, dove il valore dell’uomo si misura ancora sul “mantenere la famiglia”, sul non chiedere, sull’essere di parola, l’insolvenza non è un dato tecnico.

È vergogna.

E la vergogna, in provincia, è più letale della povertà stessa.

Perché, cosa trova una persona in difficoltà in provincia di Avellino oggi?

Un Centro per l’Impiego che ti offre un corso, un commercialista che ti dice “non ci posso fare nulla”, una banca che non ti risponde più al telefono.

E poi il silenzio.

Nessun presidio per dire: guarda, sei in sovraindebitamento, c’è la legge 3 del 2012, c’è un organismo di composizione della crisi, non sei un criminale, sei una persona in difficoltà.

Questi strumenti, forse sono disponibili a Milano ma ad Avellino devi sapere già che esistono.

Abbiamo costruito un sistema perfetto per punire chi non paga

Abbiamo costruito un sistema perfetto per punire chi non paga, ma non ne abbiamo costruito uno per tenere in piedi chi non ce la fa.

Il paradosso campano è questo: siamo la regione della solidarietà di facciata, della famiglia allargata, e poi siamo la regione dove se fallisci ti isoli.

Chi si isola, talvolta e ’ stato isolato preventivamente perché tutti hanno paura del contagio.

Se ti avvicini a chi è segnato come cattivo pagatore, anche tu diventi sospetto secondo i recenti orientamento dell’ Agenzia delle Entrate.

La politica locale, poi, ha una responsabilità enorme

Si parla di “attrazione di investimenti”, di ZES, di grandi opere.

Non si parla mai di rete di ascolto.

Il legame tra economia e suicidio non è automatico.

Non tutti quelli che perdono tutto si tolgono la vita.

Ma la ricerca dice una cosa chiara: quando togli lavoro, reddito e prospettive, e contemporaneamente non offri nessuna narrazione alternativa non sei un fallito, sei una persona che sta attraversando un fallimento: allora il rischio del suicidio da insolvenza esplode.

L’Irpinia non ha bisogno di un altro bando per le startup innovative

L’Irpinia non ha bisogno di un altro bando per le startup innovative, ne’ di pacchiane elemosine statali mascherate da miserabili contributi a fondo perduto volti a scongiurare l’ emigrazione.

L’ Irpinia e la Campania hanno piuttosto necessità di tornare a essere comunità condivisa.

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