Gianluca Grignani: tra nostalgia, rock e verità senza filtri

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Gianluca Grignani torna a sfogliare le pagine della propria storia, ma lo fa a modo suo: niente cellulari durante la presentazione della nuova edizione di Destinazione Paradiso, come a dire “riavvolgiamo il nastro al 1995 e torniamo dove tutto è cominciato”. Trent’anni dopo, quell’album-manifesto che ha segnato una generazione rinasce con una copertina diversa, più sincera, più fedele a quel ragazzo inquieto che allora si sentiva travolto da un music business che voleva venderlo più di quanto lo rappresentasse. «Oggi l’ho rimessa a posto — racconta — come se il karma avesse finalmente fatto il suo giro».

La riedizione è una specie di capsula del tempo: foto d’archivio, versioni embrionali di brani che sono diventati classici, persino un poster in cui Grignani, esasperato dai servizi fotografici dell’epoca, mostra il dito medio. Un piccolo atto di ribellione congelato nella pellicola, che oggi diventa quasi poesia. Dentro c’è anche Libera le ali, stesura precedente del futuro successo Falco a metà, una sorta di appunto musicale che profuma di nastro magnetico e sogni in costruzione.

Mentre riapre il cassetto dei ricordi, Grignani prepara però anche il futuro: Verde smeraldo – Residui di rock’n’roll, in arrivo entro aprile, sarà il primo capitolo di una trilogia concept. Un progetto che lui stesso definisce “blues, popolare ma non commerciale”, come se volesse riaffermare quella linea sottile che ha sempre cercato di proteggere: il suo istinto sopra le logiche del mercato. A maggio tornerà a calcare i palchi, con due date a Milano e Roma che promettono un tuffo nella sua storia artistica, ma anche un assaggio della nuova era.

Di Sanremo, invece, nessuna intenzione di rimettere piede sul palco: «Non gli regalo più un mio brano», taglia corto. La ferita dell’ultima partecipazione — quella senza premio della critica e senza riconoscimenti — sembra ancora pizzicare. «Oggi uso l’astuzia, non l’istinto», dice con un sorriso amaro.

E poi c’è la questione più chiacchierata: la cover di La mia storia tra le dita interpretata da Laura Pausini. Grignani non ha digerito la modifica del testo e del punto di vista narrativo. «È un’amica, ma su questo non lo è stata», ammette. Una diffida, qualche frizione, poi la pace — meno rumorosa del caos mediatico che aveva circondato la vicenda. Grignani non vuole tornarci sopra, ma non fa neanche finta che non sia successo.

A chi negli anni lo ha definito “ingestibile”, a partire da Vasco Rossi, risponde con la stessa lucidità ironica di sempre: «È vero, una parte di me non si può rinchiudere in un cassetto». Ricorda quando a 23 anni lo etichettavano come “maledetto”, quando alcuni insinuavano che Destinazione Paradiso fosse un grido disperato. «Se ci avessi creduto, mi sarei rovinato», dice oggi, con quel misto di fragilità e fermezza che lo ha sempre contraddistinto. Per lui, scrivere è ancora un gesto di responsabilità, un modo per scuotere, non per impartire lezioni.

Trent’anni dopo, Grignani non sembra aver perso quella carica anarchica che lo rende riconoscibile a chilometri di distanza. È cambiato il mondo intorno, è cambiata l’industria, è cambiata forse anche la sua prospettiva. Ma non è cambiata la sua intenzione: dire la verità attraverso le canzoni. E forse è proprio questo il segreto che rende Destinazione Paradiso un album eterno.

 

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