Finalmente qualche euro in più per i prof: firmato il nuovo contratto scuola, ma la vera lezione è ancora da imparare

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Dopo anni di attese, promesse e tavoli di trattativa, è arrivata la firma: il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto Istruzione e Ricerca per il triennio 2022-2024 è ufficiale.


All’Aran, l’agenzia che rappresenta le pubbliche amministrazioni nella contrattazione con i sindacati, si è messo nero su bianco l’accordo che porterà un aumento medio di 150 euro lordi al mese per gli insegnanti, con punte che possono toccare i 185 euro a seconda dell’anzianità di servizio.

Un segnale, finalmente. Dopo anni in cui la scuola è rimasta fanalino di coda nelle retribuzioni pubbliche, il nuovo contratto restituisce un po’ di respiro a oltre 1 milione e 286 mila lavoratori tra docenti, personale Ata, ricercatori e tecnologi.
Per il personale tecnico-amministrativo, l’incremento medio sarà di circa 110 euro mensili, mentre per i ricercatori e i tecnologi si parla di aumenti fino a 240 euro. Non ha firmato la Flc-Cgil, mentre hanno detto sì Cisl, Uil, Snals, Gilda e Anief.

Gli arretrati, che si stima possano toccare i 2.000 euro, saranno una piccola boccata d’ossigeno nelle prossime buste paga.
Un sollievo, certo. Ma anche un promemoria: perché se è vero che l’aumento medio rappresenta un +6% rispetto agli stipendi attuali, l’inflazione accumulata negli ultimi anni è andata ben oltre, erodendo il potere d’acquisto dei lavoratori della scuola.

Chi insegna lo sa bene: la professione docente non è solo una missione o una passione, ma anche un mestiere che richiede competenza, aggiornamento continuo, capacità di tenere insieme didattica, burocrazia, relazioni e, spesso, un’energia che non si misura in euro.
Eppure, i numeri parlano chiaro: gli stipendi dei docenti italiani restano tra i più bassi d’Europa. L’aumento c’è, ma non basta a colmare il divario con i colleghi di Francia, Germania o Spagna, dove l’ingresso nella carriera scolastica è più remunerato e la progressione più rapida.

D’altra parte, un contratto non è solo una questione di cifre. È un messaggio politico e sociale: dire che la scuola conta, che chi forma le generazioni future merita dignità economica, non solo riconoscimento morale.
In questo senso, la firma è un passo avanti. Piccolo, ma concreto.
Un passo che, come ogni vera riforma, dovrà essere seguito da altri: investimenti strutturali, stabilizzazioni, semplificazioni amministrative e, soprattutto, una visione di lungo periodo.

Perché il valore della scuola non si misura solo in euro, ma anche — e forse soprattutto — nel rispetto per chi ogni giorno tiene acceso il motore della conoscenza.
E allora sì: ben vengano i 150 euro al mese. Ma la lezione più importante, per il Paese, resta sempre la stessa — investire davvero nell’istruzione è l’unico modo per crescere.

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Tag: Scuola, contratto, radio Arc Rete 101

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