Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una sequenza inquietante di episodi di violenza commessi da ragazzi sempre più giovani. Non è più una notizia isolata, non è il “caso eccezionale”: è una tendenza che cresce, che si ripete, che scuote soprattutto la Campania. L’ultimo episodio riguarda un quindicenne a Napoli accusato di omicidio aggravato. Una storia che fa paura non solo per ciò che è accaduto, ma per ciò che rappresenta.
I numeri, resi noti dal Dipartimento per la giustizia minorile e interpretati dal Garante campano Samuele Ciambriello, parlano da soli: dall’inizio dell’anno 14 minorenni sono accusati di omicidi volontari consumati, 52 di tentati omicidi, 28 coinvolti in violenze sessuali, 31 in atti persecutori. Il possesso di armi riguarda cento ragazzi, quasi tutti italiani. E ancora: 9 minori accusati di associazione a delinquere e 7 di associazione mafiosa.
Sono dati che colpiscono, ma colpisce ancora di più il fatto che dietro ogni numero c’è un adolescente. C’è un volto. C’è una storia di mancanze, fragilità, rabbia o silenzi mai ascoltati.
Oggi in Italia 579 minorenni sono detenuti, e ben 105 solo in Campania, divisi tra Nisida e Airola. Nel frattempo, le comunità e i servizi sociali sono sovraccarichi: oltre 22mila ragazzi in carico ai servizi, più di 6mila soltanto in Campania. Un sistema che tenta di contenere un disagio che però nasce molto prima, molto lontano dalle stanze della giustizia.
E allora la domanda che Ciambriello rilancia con forza diventa inevitabile: lo Stato dove si trova prima che un minore arrivi a finire davanti a un giudice?
Perché prevenzione non significa aspettare che succeda qualcosa per poi intervenire con misure emergenziali. Prevenzione significa esserci prima. Nelle scuole, nei quartieri difficili, nelle famiglie che non ce la fanno. Significa convincere gli adulti – genitori, educatori, allenatori, docenti – che la loro presenza può essere un argine. Che un ragazzo senza adulti credibili intorno cerca riferimento altrove. E talvolta lo trova nei modelli sbagliati, nei gruppi che esaltano la violenza, nella logica del “potere” che illude e distrugge.
Perché alcuni adolescenti arrivano a compiere atti così gravi?
Spesso dietro c’è una combinazione micidiale: traumi mai elaborati, contesti familiari fragili, assenza di legami affettivi, un senso di esclusione che brucia, la disperata ricerca di sentirsi qualcuno. Dove lo Stato e gli adulti non arrivano, arrivano altri modelli: quelli che promettono denaro facile, rispetto immediato, un ruolo dentro logiche criminali che non dovrebbero nemmeno sfiorare un quattordicenne.
In molte famiglie difficili si attende il “miracolo” dell’intervento esterno: l’assistente sociale che risolve tutto, la comunità che “aggiusta” un ragazzo ormai travolto da cattive compagnie. Ma non è così. Non può esserlo.
Il vero lavoro deve iniziare molto prima, deve essere continuo, capillare, credibile. Bisogna sottrarre questi minori all’influenza della malavita, restituire presenza sociale nei quartieri, costruire reti educative, progetti che mostrino alternative concrete alla violenza.
Oggi la società sembra indignarsi dopo ogni episodio, ma si indigna da lontano. Da uno schermo, da un titolo. Mentre sul territorio — quello vero — i presidi educativi si stanno sgretolando, e ragazzini sempre più piccoli crescono senza un adulto stabile a cui guardare.
Ciambriello chiude con parole che fanno male, ma che non possiamo aggirare:
“Questi sono adolescenti con la morte nel cuore. La politica fa poco, e questi ragazzi restano sospesi, a metà.”
A metà tra l’infanzia e l’età adulta.
A metà tra chi li condanna e chi dovrebbe salvarli.
A metà tra quello che sono e quello che potrebbero essere.
Sta proprio lì la sfida: impedire che quella metà oscura vinca. Far sì che questi giovani non diventino soltanto il risultato delle loro ferite o dei loro errori, ma possano ancora riscrivere la propria storia. Per farlo, però, serve uno Stato adulto. Una società adulta. Degli adulti veri.



