Ha senso misurare la cultura in termini economici per capire quanto “vale” sul territorio?
La risposta è affermativa, perché la cultura è un settore dotato di un suo dinamismo strategico che si riverbera sull’indotto che è in grado di attivare a tutti i livelli.
Di cultura l’Italia ne ha da vendere e la Campania è certamente un fiore all’occhiello di questa eccellenza, considerati i legami della Campania Felix con Greci, Etruschi, Opici ed Oschi.
E l’Irpinia? Una regione a sé stante nella Regione Campania, in cui la cultura presenta caratteristiche proprie, estremamente interessanti.
Il peso economico della cultura in Italia
Se la cultura fosse una provincia, sarebbe la terza più ricca d’Italia.
In Italia il Sistema Produttivo Culturale e Creativo produce il 6,8% del PIL nazionale. Se contiamo anche l’indotto che attiva — ristoranti, alberghi, trasporti, tecnologia — arriviamo al 15,4% di tutta la ricchezza prodotta nel Paese.
Un euro di cultura ne genera 1,7 nel resto dell’economia.
La cultura in Campania: un settore in crescita
In Campania il peso è diverso, ma il segnale è più forte.
La cultura vale il 4,6% del reddito regionale. È sotto la media nazionale, ma è la percentuale più alta di tutto il Mezzogiorno.
E soprattutto è l’unica regione del Sud che sta crescendo: +12,3% di imprese culturali in cinque anni, contro un +3,1% nazionale.
La Campania fa più fatica a produrre reddito, ma quando lo produce dalla cultura, lo fa con più dinamismo del Nord.
Avellino e l’anomalia irpina
Dentro la Campania, Avellino è un’anomalia.
Il reddito pro capite irpino è il più alto della regione: 14.000 euro contro i 12.900 euro medi campani.
Ma la quota di occupati in cultura è più alta che a Napoli e Caserta: 1,1% contro l’1,0% medio regionale.
Traducendo concettualmente le riflessioni che precedono, significa che l’Irpinia produce una fetta più piccola di ricchezza culturale sul suo reddito, circa il 3,8-4% contro il 4,6% regionale, ma la produce con più persone.
Meno industria culturale concentrata, più lavoro culturale diffuso.
Il modello del borgo e il lavoro culturale
È il modello del borgo: non grandi fatturati, ma occupazione che resta e si consolida sul territorio.
Più gente che resta in Irpinia per lavorare nelle imprese culturali significa più persone che frequentano bar e ristoranti, più soggetti che comprano e alimentano il ciclo della vendita, dall’approvvigionamento ai canali della distribuzione e all’investimento.
Un meccanismo virtuoso noto come “moltiplicatore keynesiano”.
È come dire che le potenzialità della cultura irpina creano più effetti virtuosi sul territorio che denaro che si disperde altrove.







