Vallata: le lapidi che ricordano i debiti piemontesi pagati dall’ Irpinia

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Le lapidi di Vallata: memoria della repressione

A Vallata, in alta Irpinia, le lapidi collocate nella Chiesa Madre e le piccole croci presenti nelle contrade non ricordano solo dei defunti. Ricordano, piuttosto il prezzo pagato da questo dignitoso territorio per entrare nel cosiddetto Regno d’Italia.

Tra il 1861 e il 1863 Vallata fu zona di guerriglia. Dopo l’occupazione delle bande e la riconquista da parte dell’esercito piemontese, scattarono fucilazioni, arresti e incendi. I nomi incisi sulle lapidi sono di civili, massaie e contadini morti in quel biennio. Per lo Stato erano “operazioni di ordine pubblico”, ma sarebbe più lecito parlare di stragi operate da esaltati impuniti. Per il paese, i caduti erano vittime di una vera e propria guerra pretesa da un affarista spiantato e frustrato chiamato Cavour.

L’Irpinia e i debiti del nuovo Regno d’Italia

Perché l’Irpinia finì così? Perché serviva e doveva essere “asservita” alle oligarchie fasciate da un tricolore che oggi barcolla anche fra le righe dell’articolo 12 della Costituzione.

Il nuovo Regno d’Italia usciva dalle guerre con debiti enormi contratti per foraggiare sicari a mezzo servizio e armi da fuoco. Per pagarli, il Piemonte estese subito al Sud le tasse predisposte da burocrati piemontesi senza scrupoli: gabelle su macinato, registro e sale. L’Irpinia, terra di grano, orzo e pastorizia, divenne una delle casse da cui attingere e spremere risorse comode ed utili.

L’agricoltura irpina, in definitiva fu messa a reddito per risanare i bilanci del Nord. Chi si ribellò alla tassa sul macinato e alla leva obbligatoria fu trattato come brigante. Da lì la repressione, da lì le lapidi e i morti che non hanno più un nome, come quelli delle stragi di Casalduni e Pontelandolfo in provincia di Benevento.

Le lapidi della Chiesa di Maria Assunta

Le pietre di Vallata raccontano, quindi due cose insieme: una sanguinosa repressione militare e un’operazione fiscale su vasta scala finanziata con la vita degli irpini.

L’annessione dell’Irpinia non fu solo di bandiere. Fu anche di debiti. E a pagarli furono i campi e, come ricordano le lapidi stesse della Chiesa di Maria Assunta, le persone autentiche e produttive che lavoravano la terra e ne custodivano gelosamente la ricchezza.

Dall’Unità d’Italia alle morti bianche

Dopo oltre un secolo e mezzo la condizione dell’Irpinia, per certi versi non cambia. Le lapidi “attuali” sono quelle a testimonianza delle morti bianche che ogni 2 mesi infoltiscono le pagine della cronaca nel fragoroso silenzio di una nazione rassegnata e arrendevole.

Le “moderne tasse” pagate dagli irpini del terzo millennio e dalla Campania tutta per sostenere gli interessi sul debito pubblico sono quelle che gli agricoltori della provincia di Avellino devono versare ancora una volta per foraggiare un sistema asservito alla politica degli affari, quella del libero scambio e del debito pubblico.

Gli scenari si potrebbero sovrapporre con mirabile coincidenze che tanto rievocano i corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico, facendo perdere contezza dello scorrere del tempo.

Tra la “Legge Pica” predisposta nel periodo Unitario per sottomettere i meridionali attraverso saccheggi, fucilazioni, torture ed invasioni, e la democrazia attuale c’è realmente poca differenza.

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