Oltre l’ 1,3% del Pil campano e’ indotto dalla produzione vitivinicola, dall’export, dall’enoturismo e dalle sue lunghe filiere. Contrariamente a quanto si possa insinuare incautamente, il settore vitivinicolo, stando all’ incrocio dei dati di Svimez e Istat, rappresenta apporti di diverse decine di milioni di euro l’ anno e denota una componente di spicco dell’economia agricola regionale. Almeno il 35% della suddetta componente dell’ 1,2 per cento del Pil campano appartiene ai vini irpini e all’indotto che essi sono capaci di alimentare. Ciò significa che, a confronto, le altre province possono vantare una partecipazione unitaria minore in termini finanziari all’ accumulazione della ricchezza campana. Dunque, se l’ Irpinia partecipa mediamente quasi per il triplo del singolo apporto provinciale medio di settore alla percentuale di Pil regionale spinta dal vino e dal suo indotto significa che gli investimenti a propensione vitivinicola della provincia di Avellino sono dotati di una elevata “leva operativa” (capacità di resa monetaria). Ciò implica che, in base ai dati degli anni 2023 e 2024 raccolti da Svimez e Istat, la produzione vitivinicola irpina non si limita solamente a rappresentare un alto “valore aggiunto” (contributo economico), ma costituisce una vera e propria attività economica “strategica”. In pratica significa che ha senso e valore destinare quote crescenti di sacrifici e acquisti di risorse produttive proprio nella filiera del vino irpino perché i risultati sono estremamente favorevoli. Non solo, ma il maggiore contributo del settore vitivinicolo irpino alla ricchezza agricola della regione Campania presenta fattori di migliore resa e “produttività” rispetto al resto del territorio regionale. Non e’ un caso che l’innalzamento dei dazi di Trump che, come e’ noto, frenano la domanda straniera dei vini campani nella misura in cui ne elevano il prezzo di vendita, sia stato relativamente meno dannoso proprio per i vini irpini ad etichetta DOC, DOP e DOCG. Pur presentando un paesaggio vitivinicolo estremamente differenziato e, talvolta, dispersivo che impedisce di fatto lo sviluppo di un “marchio” spendibile squisitamente autoctono del tipo “vino campano”, le uve irpine tendono ad identificarsi progressivamente con uno stile di vita lento e salubre che evoca la sapienza della tradizione più antica della Campania inglobandone usi e costumi in modo pressoché univoco. L’idea di offrire un buon bicchiere di vino ad un amico che entra nelle nostre case per condividere ciò che la modernità oggi separa, sembra perciò appartenere più all’Irpinia che ad altre zone a spiccata vocazione vitivinicola. Forse, perché in provincia di Avellino le menti più lucide hanno continuato a consumare, produrre e valorizzare il vino, come accadeva dai tempi più remoti, nonostante il cambiamento dei tempi e delle abitudini. In definitiva, se l’Irpinia saprà sfruttare al meglio tutti i vantaggi predetti nella gara velica più famosa del mondo (America’s Cup) che si terrà proprio a Napoli l’ anno venturo, si innescheranno meccanismi virtuosi di un certo spessore capaci di offrire nuovi riscontri territoriali , nuove opportunità di crescita e di sviluppo.
La virtuosa filiera del vino irpino: i dati Istat e Svimez per analisi incoraggianti
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