La Campania si evidenzia da tempo per i reati ambientali che la colpiscono 365 giorni all’ anno. Nel quinquennio 2018-2022 il primato spettava alla provincia di Avellino con 1922 reati e quasi 2000 persone denunciate. Seguivano Napoli con 1700 reati, Salerno con 1500 e Caserta con 1100 reati per un totale di oltre 23000 persone denunciate in tutta la regione. Attualmente il primato sembra essere detenuto da Caserta e Napoli che conducono la classifica del 2025 con stime in aumento. Tralasciando le problematiche vandaliche, spesso sottese ad iniziative speculative legate alla lottizzazione delle aree edificabili, il ciclo dei rifiuti rappresenta oltre un terzo dei reati in oggetto. Purtroppo, la responsabilità non e’ sempre circoscritta alle persone denunciate o arrestate e va ricercata anche in “errori di sistema” e matrici squisitamente economiche. A questi ultimi aspetti meno tangibili ed evidenti spettano difatti veri e propri ruoli di regia nella “premeditazione” di azioni illecite contro l’ ambiente. Le normative ambientali imposte dall’ UE e i relativi costi di adeguamento (per non parlare di quelli di gestione) denotano per molti agricoltori irpini e campani, più in generale, scelte asfittiche fra seguitare a sopravvivere producendo a bassi margini di reddito o soccombere definitivamente (si pensi all’incenerimento dei gusci di nocciole e i trattamenti obbligatori richiesti nei processi di lavorazione). L’agricoltura campana presenta curve di costi e ricavi marginali diverse da quelle del nord Italia e alcune normative andrebbero applicate con maggiore consapevolezza istituzionale e più sussidi. A monte va considerata comunque, una tassazione degli utili spesso incompatibile con la sopravvivenza di alcune piccole aziende non consorziate. Al contempo diventa impossibile esimere il sistema tributario dalle sue colpe, neanche troppo nascoste. La mancanza di trasparenza, continuità ed efficienza delle politiche ambientali crea spazi vitali ed opportunità non indifferenti per l’ attivazione di illeciti ambientali di tutte le tipologie. Le piccole e medie imprese (PMI) che rappresentano la spina dorsale del tessuto imprenditoriale campano incontrano non poche difficoltà nell’ accesso al credito ordinario, figuriamoci se riescono a reperire i mezzi finanziario per fare fronte alla ingente mole di investimenti dettati dall’adeguamento alle norme ambientali. Le banche vengono istruite a bruciare il denaro pubblico (si pensi alla Banca Popolare di Bari condannata a risarcire 122 milioni di euro a 70000 soci), ad accumulare garanzie consistenti e titoli di Stato piuttosto che a creare sinergie con il tessuto economico locale. Tirando le somme della nostra disamina occorre ammettere l’inefficacia e l’inefficienza dei governi centrali, specie di quello attuale, a fornire strumenti, deroghe, proroghe, apporti perequativi e condizioni utili a ridimensionare il numero di reati ambientali in Campania. Sebbene le innumerevoli e insanabili contraddizioni di fondo non giustifichino l’ attuazione di reati ambientali di ogni tipo, vale sempre la pena di essere imparziali e, qualche volta, di fare “l’ avvocato del diavolo”.
Aumento dei reati ambientali in Campania: analisi economiche e contraddizioni di fondo
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