Per mesi nessuno se n’è accorto. Nelle teche delle chiese dell’Irpinia l’oro votivo diminuiva, gli ex voto sparivano uno dopo l’altro, senza segni di effrazione né sospetti immediati. Solo più tardi, mettendo insieme assenze, movimenti e ricevute, gli inquirenti avrebbero ricostruito una vicenda che oggi pesa come un macigno su una figura insospettabile: suor Bernadeta, 46 anni, origini indonesiane, madre superiora della Congregazione delle suore dello Spirito Santo.
Secondo l’accusa, la religiosa avrebbe sottratto gioielli, medaglie e oggetti sacri custoditi in diverse parrocchie della Diocesi di Ariano Irpino–Lacedonia, approfittando del ruolo che le consentiva libero accesso ai luoghi di culto. Un’azione ripetuta nel tempo e distribuita su più comuni — da Bonito a Castel Baronia, da Ariano Irpino a Zungoli — che avrebbe svuotato progressivamente le cassette dell’oro votivo.
I preziosi, sempre secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero stati rivenduti tra marzo 2024 e i mesi successivi a un compro oro e a una gioielleria. Orecchini, medaglie, persino un oggetto sacro fuso in un lingotto. Il ricavato: oltre 34.500 euro. Denaro che non sarebbe rimasto in Italia ma avrebbe preso la strada dell’Indonesia, inviato a favore di terzi attraverso bonifici e trasferimenti di contante, anche con l’uso indebito dei documenti di identità di cinque persone, per un totale che sfiorerebbe i 94mila euro.
Fin dall’inizio suor Bernadeta ha sostenuto di non aver agito autonomamente: sarebbe stata plagiata da un uomo residente all’estero, mai identificato, che l’avrebbe indotta a compiere le operazioni contestate. Una versione che non ha evitato le misure cautelari: prima gli arresti domiciliari, poi l’obbligo di dimora a Roma.
Oggi la vicenda è arrivata in aula, al Tribunale di Benevento, davanti al gup Maria Amoruso. Il pubblico ministero Licia Fabrizi ha chiesto il rinvio a giudizio, mentre la difesa — gli avvocati Corrado Cocchi e Giovanni Bartoletti — ha messo sul tavolo la richiesta di patteggiamento a 3 anni e 4 mesi, presentata come segnale di pentimento e avvio di un percorso di redenzione.
Un’udienza segnata anche dalla presenza del vescovo Sergio Melillo e di nove parroci delle comunità coinvolte, tutti pronti a costituirsi parte civile per il danno materiale e simbolico subito. Alla stessa richiesta si sono associati alcuni cittadini riuniti in un comitato, non senza contrasti tra le parti.
La decisione è ora nelle mani del giudice: il 30 gennaio si saprà se la strada scelta sarà quella del patteggiamento. Resta, intanto, una ferita aperta nelle comunità che avevano affidato all’oro votivo non un valore economico, ma una promessa.







